Sito ufficiale della FENEAL UIL - ABRUZZO -- Federazione Nazionale Lavoratori Edili Affini e del Legno

Stati Generali delle Costruzioni

23/06/2010

di Giuseppe Moretti.

Questi Stati Generali sono un forte segnale di solidarietà che è lo stesso manifestato in queste settimane alle popolazioni d’Abruzzo colpite dal sisma, da parte di tutto il Paese. Ma sono anche la sede giusta nella quale lanciare insieme le proposte per favorire la fuoriuscita dalla crisi del settore attraverso un confronto con la politica e per dire a questa che siamo impegnati contro camorra e mafie che vorrebbero usare la loro potenza economica per inquinare l’opera di ricostruzione.
Nel momento della tragedia l’Italia intera e la sua classe dirigente hanno messo da parte contrasti ed interessi unilaterali per essere vicini alle vittime del sisma. Un segnale alto sul piano dell’ etica civile e politica che vorremmo vedere anche quando si affrontano i temi fondamentali che riguardano il comune futuro.
La scelta di realizzare insieme – imprese e Cgil, Cisl, Uil – questa assise è tanto più forte se sapremo farci interpreti determinati delle attese e delle speranze dei lavoratori, delle famiglie e degli imprenditori bruzzesi che ora non vogliono più conforti verbali ma fatti rapidi e concreti. Vogliono vedere l’avvio della rinascita del centro storico dell’Aquila, vogliono crescere i loro figli nelle case ristrutturate o ricostruite nel più breve tempo possibile, vogliono tornare a vivere in una realtà dinamica e vitale.
Soprattutto le forze sindacali hanno il dovere di far capire a tutti, Istituzioni e politica che la dignità ed il coraggio degli abruzzesi non possono offrire alibi di nessun tipo ai rinvii, ai ritardi, alle lentezze burocratiche di sempre. C’è in quella dignità, in quella pazienza la rivendicazione giusta di vedersi riconosciuto il diritto a ritrovare una rapida e sicura normalità di vita.
Noi appoggeremo queste istanze con decisione e con spirito costruttivo come nella nostra cultura sindacale, la cultura della confederalità, cioè degli interessi generali.
La memoria del passato ci deve aiutare a non commettere gli stessi errori nel futuro nel ricostruire e nel ristrutturare. Ma soprattutto spero che il terremoto abbia aperto a tutti gli occhi sul fatto che l’intero Paese ha bisogno di una grande e continua operazione di messa in sicurezza. Dovremmo essere tanto lungimiranti da concordare sulla necessità di avviare una stagione di cantieri aperti sul futuro per allontanare i rischi che le calamità naturali d’ogni tipo incombono sulle nostre regioni, rendendo fragile il nostro tessuto abitativo, per evitare che si proietti sull’Italia un’immagine di rischiosità che certamente non ci aiuta sul piano  conomico. Ma soprattutto per dare all’Italia quella modernità che oggi è una autentica necessità nazionale.
Al coraggio degli aquilani si deve quindi rispondere con chiarezza, ma la stessa chiarezza deve essere usata anche nel resto d’Italia con decisioni, risorse ed azioni coerenti. Una possibile rimozione nel tempo della questione Abruzzo, costituirebbe un vero e proprio tradimento verso quelle terre, verso i sentimenti solidali dell’intera Italia, verso lo stesso impegno generoso che ha visto prodigarsi gli uomini della protezione civile guidati con grande impegno da Bertolaso, ma, attenzione, anche verso l’intera collettività che chiede un Paese meglio protetto dai mille rischi cui è esposto.
Lo diciamo al Governo, lo diciamo a tutte le forze politiche: ci sono speranze e diritti che non possono e non debbono essere traditi. Mentre apprezziamo la volontà del Governo di confrontarsi direttamente in questa sede con i rappresentanti del mondo dell’edilizia, noi ribadiamo che l’unico modo per dare credibilità ad un grande disegno di ricostruzione è quello di coinvolgere le forze sociali, di stabilire tempi e risorse precise, di dimostrare in questi pochi mesi che ci separano dall’autunno che lo Stato in Abruzzo è capace davvero di eliminare le tende, di favorire i ricongiungimenti familiari, di riportare luce, energia, lavoro nei centri colpiti dal sisma.
E nella preparazione della fase degli appalti bisogna tenere fuori dalla porta la criminalità organizzata che se riuscisse ad intrufolarsi nella ricostruzione avvelenerebbe poi tutta la vita economica e sociale di quelle zone, come fa sempre: prima gli appalti, poi i taglieggiamenti, poi l’usura, poi la violenza e l’arroganza dei clan camorristici e mafiosi.
La società civile, le imprese sane, il tessuto sociale abruzzese è in grado di respingere queste insidie, ma è altrettanto fondamentale che lo Stato presidi il territorio con la massima energia ed efficienza. Ed in  questo contesto che si faccia luce sulle responsabilità umane nei crolli di abitazioni ed edifici pubblici. Le nostre convergenze offrono a Governo e forze politiche un punto di riferimento che forse mai era stato così ampio e così coeso nelle scelte da fare.
Ma dal potere pubblico ci aspettiamo anche un altro gesto di valore generale: è importante che nel ricostruire si assumano tutte quelle misure di risparmio energetico e di dotazione di reti, che a partire dagli edifici pubblici diano l’esempio di cosa si può fare per adeguare il nostro Paese a standards di vivibilità e sicurezza di valenza europea.
Costruire in modo nuovo è possibile fornendo incentivi e garantendo una costante campagna di informazione e di educazione culturale. Ma è decisivo che lo Stato applichi per primo al suo patrimonio immobiliare quei criteri e quelle tecniche che possono far fare un salto di qualità più generale.
Questo è fondamentale per uscire dalla crisi della nostra economia su un percorso diverso del precedente, verso un’Italia nuova. Infatti il boom del settore delle costruzioni è abbondantemente alle spalle. Nel 2009 – sono dati della contabilità nazionale – il calo di investimenti sarà di circa l’8%. Una cifra che finisce per essere una dura sentenza di disoccupazione. A resistere fino all’ultimo è stato il motore della produzione residenziale. Ma la frenata del 2008 è da allarme rosso: compravendite in calo del 15% e probabilmente un mercato che nei prossimi anni ripartirà, se va bene, sotto di un terzo rispetto al picco del 2006. Crisi finanziaria e restrizioni del credito stanno facendo il resto e colpendo duro soprattutto le piccole imprese. Chiediamo che il Governo ed il Ministro Tremonti in particolare, esercitino un monitoraggio severissimo sul
comportamento delle banche. Se si multano la finanza che fa aggiotaggio, le imprese che fanno cartelli e trust, si intervenga anche verso gli istituti bancari che colpevolmente falsano la vita economica e si macchiano di una grave responsabilità quando impediscono alle imprese di salvare occupazione e lavoro, con nuovi investimenti. Proprio perché la produzione residenziale è stata l’ultima a mollare sarebbe fondamentale che essa potesse ripartire ed auspico che le misure di sostegno all’edilizia, impropriamente note con la dizione di “piano casa 2”, soprattutto dopo l’accordo Stato/Regioni, venga rapidamente attuato. Ma – come segnala il termometro della evasione fiscale che ha scoperto recentemente 5000 evasori fiscali totali nell’edilizia – anche con le antenne ben alzate per evitare abusi e ovviamente un’inaccettabile fiera
di furbizie antifisco. L’evasione fiscale è un furto allo sviluppo del paese, è concorrenza sleale, è un insulto agli onesti redditi da lavoro. È tempo che per essi ci sia un giro di vite reale. L’evasione è un lusso che il Paese non può permettersi. Naturalmente una crisi internazionale così estesa e pericolosa non può essere affrontata solo con risposte nazionali come è stato sottolineato da tutti in questi mesi. Ma ciò che si può fare oggi e non domani nel nostro Paese va fatto senza perdere un minuto di tempo.
Gli anni 2000 sono stati per l’economia italiana anni di stagnazione: la crescita del Pil è stata caratterizzata da valori molto modesti, inferiori all’1%.
Non così nelle costruzioni: 1.500.000 occupati nel 1998, 2.000.000 nel 2008. Il boom del settore delle costruzioni negli anni 2000 è stato eccezionale, i 200 miliardi di euro di valore della produzione nel 2007 rappresentano il picco della fase espansiva del Paese dal secondo dopoguerra.
La casa è stata la chiave del mercato, oggetto di sostituzione, investimento, domanda primaria. Dalle 190.000 abitazioni degli anni ‘90 si è passati alle 340.000 del 2007. Un balzo oggi irripetibile, visto che le previsioni per il prossimo futuro sono negative. La crisi che abbiamo di fronte si misura in una riduzione dei livelli di produzione, considerando una minore flessione della riqualificazione e di una tenuta delle opere pubbliche del 15/20% in tre anni. Il 2009 ed il 2010 saranno gli anni più difficili. Una flessione degli investimenti del 10% vuol dire una perdita occupazionale di 200 mila unità e di 30 miliardi di euro nel valore della produzione.
E poi va considerato anche l’indotto che ruota attorno all’edilizia che non è meno importante – lo diciamo al Governo – di quello dell’auto. La manovra di sostegno al settore che il Governo sta per varare, dopo
il confronto e l’accordo con le regioni circa la possibilità di ampliamento del patrimonio immobiliare delle case uni-bifamiliari italiane ha una portata tale da agire sulla crisi.
Il valore del mercato attivabile è stato misurato dal CRESME in 60 miliardi di euro, stima che prevede che il 10% degli aventi diritto intraprenda l’attività di ampliamento. Gli effetti della manovra si faranno sentire dal 2010. Per questo occorre che gli ammortizzatori sociali del settore siano in grado i mantenere in vita i rapporti di lavoro, impedendo i licenziamenti e garantendo innanzitutto il superamento di quest’anno.
È una richiesta specifica e chiara che avanziamo al Governo e su cui chiediamo il sostegno a tutte le forze politiche. Poi, se vi sarà come auspicabile la ripresa economica, sarà possibile mantenere il mercato su livelli di stabilità occupazionale e si potrà sgonfiare naturalmente il ricorso agli ammortizzatori sociali.
C’è una missione generale da assolvere, al di là delle tante differenziazioni politiche e sociali. C’è, diciamolo chiaro e tondo come abbiamo fatto con il manifesto degli Stati Generali, un Paese da rifare.
Un paese da costruire non solo con criteri di reale stabilità e sicurezza, ma con scelte nuove a partire dal risparmio energetico e dal rispetto dell’ambiente. Un paese da preservare in quello che è uno dei tesori
irrinunciabili in suo possesso come è l’inestimabile patrimonio artistico.
Ma queste prospettive richiedono progetti pluriennali, grandi risorse, scelte condivise perché attengono al volto dell’Italia di domani. E questa vocazione non solo può favorire una grande operazione di  odernizzazione, ma anche diventare uno dei volani fondamentali per dare continuità alla crescita economica e civile. Vivere in abitati più stabili, certo, ma anche meglio collegati, ecocompatibili, e, sopratutto, senza ghetti e senza intolleranze.
Senza queste politiche condanneremmo per anni l’Italia alle posizioni di coda della comunità internazionale. Ma per ricostruire, per modernizzare serve il recupero di una capacità progettuale che deve anche essere il frutto di un confronto ampio e serrato nella politica e fra Governo e parti sociali. Se oggi non comprendiamo che le questioni di fondo del nostro settore sono centrali per l’Italia del futuro, commettiamo un colpevole errore forse irrimediabile. Ora si riscopre il ruolo dello Stato; bene, se lo si fa con equilibrio e con lungimiranza, ma ancora meglio se si ritrovasse la via di una concertazione incisiva, mirata su obiettivi reali, pronta a riconoscere le ragioni migliori dei partecipanti al confronto. Per questo l’istituzione di un tavolo permanente presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, come da noi richiesto, diventa di fondamentale importanza per il futuro del Paese.
Noi della Feneal siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità: siamo disponibili a collaborare, a sviluppare quella tradizione di bilateralità e di partecipazione che sta nella nostra cultura sindacale. Lo facciamo tenendo alta la guardia dell’autonomia, mettendo al primo posto la tutela dei lavoratori, la loro sicurezza, ma anche la loro dignità ed i loro diritti. Non vogliamo che l’Italia esca dalla crisi offrendo lo specchio di una società dove si è ancora più concentrata la ricchezza, dove si sono distribuite ancora più diffusamente le ingiustizie, a scapito della modernizzazione e dell’equità sociale, a scapito della vera priorità che abbiamo tutti di fronte che è quella di ritrovare al più presto la via della crescita economica e sociale. Senza l’apporto del sindacato, senza tener conto dei problemi dei lavoratori, questo non è possibile.
Dipenderai meno dal futuro se avrai in pugno il presente, affermava un antico detto. Questo è l’impegno fondamentale che oggi abbiamo tutti di fronte.

5 Condizione per Tornare in Cantiere

MISURE EMERGENZIALI PER I LAVORATORI EDILI

ANTICIPO CASSA INTEGRAZIONE DAL SISTEMA BANCARIO